Il cammino del discepolo: psicologia della sequela | #psyclub

Il senso del discepolato implica che tra il discepolo e il maestro ci sia un legame o una affinità piuttosto stretti, che possono essere intellettuali o spirituali, dunque, un rapporto più “intimo” rispetto a chi deve “imparare delle regole”. Il discepolo segue e venera il maestro, ne recepisce le dottrine e le opinioni e conforma la propria vita alla sua perché crede sia cosa buona e, nel prosieguo del cammino, può diventare egli stesso predicatore dello stesso stile di vita. Ma perché seguire un maestro sarebbe cosa buona? Non è meglio seguire sé stessi?

Partiamo dalle basi: il discepolato, se descritto come fatto precedentemente, è una cosa che abbiamo provato più o meno tutti: abbiamo avuto un genitore, un insegnante, un educatore, un mentore che ci è stato di esempio che abbiamo seguito perché pensavamo fosse cosa buona, almeno per una parte della nostra vita. L’apprendimento, almeno quando siamo piccoli (ma anche quando siamo grandi) passa spesso per vie non verbali e imitative: quante volte, entrando in un nuovo luogo di lavoro abbiamo aspettato di vedere com’era “l’andazzo” prima di esporci con le nostre opinioni? O abbiamo cercato qualcuno che ci spiegasse come funzionavano le cose? Insomma, è davvero raro che seguiamo “solo noi stessi”. Questo succede (o dovrebbe succedere) anche nella vita spirituale (pensiamo a figure come il padre/la madre spirituali).

Una persona legge la Bibbia
Ritrovarsi nella Parola | Jessica Delp on Unsplash

Il cammino del discepolato però non è solo questione teologica ma anche psicologica e ha delle vere e proprie tappe, ognuna con risorse e rischi. Vediamole attraverso il brano della guarigione del cieco nato (Gv 9,1-41). Nel capitolo precedente a questo Gesù aveva detto “Io sono la luce del mondo (8,12)” e ciò è una metafora interessante se consideriamo che il cieco è colui che non vede la luce, appunto per la sua cecità… che possiamo interpretare anche come cecità psicologica e spirituale, oltre che biologica: la luce è la vita umana psicologicamente evoluta, la cecità è la non comprensione su chi possa e debba essere l’uomo. Insomma, siamo tutti il cieco nato, finché non incontriamo Gesù. E tutti, nel bene e nel male, seguiremo queste tappe:

  • Inizialmente, il cieco è passivo e apatico anche nei confronti dei discorsi che riguardano la sua persona;
  • In questo stato, riceve Gesù;
  • Gli obbedisce, compiendo le azioni indicate per la sua guarigione;
  • Esce, dunque, dalla passività e inizia ad aprirsi, a sciogliersi, grazie al “calore” di Gesù: ha una sua identità, ormai è in grado anche di esprimere opinioni e di schierarsi;
  • Elabora una sua “teologia personale” a partire dalla sua esperienza;
  • Divenuto apologeta della sua storia, viene escluso dalla sinagoga, perché da non vederci è passato a vederci “troppo bene” e a differenziarsi da coloro che non prendevano posizione.

Nel brano di Giovanni, la questione centrale rispetto alla guarigione del cieco non è tanto il miracolo biologico (archeologico/della causa) ma quello ma teleologico/della finalità, è cioè una guarigione biografica. È tutta la storia di vita del cieco che guarisce, tutte le sue credenze in merito a sé stesso, il suo dialogo interno. Lui stesso si vede in maniera diversa. Quante volte capita anche a noi di avere un problema e identificarci con quel problema? Allora siamo i ciechi, i sordi, i malati, le vittime e non la persona con un problema di vista, di udito, con una malattia, che ha subito un torto. Questa guarigione ha però anche un’altra caratteristica: è il punto di finale di qualcosa di ancora più grande: la manifestazione di Dio tramite quella ferita, quella piaga. In sostanza, è attraverso il passaggio di Gesù che il dolore prende un senso più grande e non è solo qualcosa da fuggire o reprimere. Addirittura, qualcosa che noi stessi abbiamo introdotto come umanità compiendo il peccato originale, diventa luogo di manifestazione di Dio. Il cieco, dunque, non solo ci vede ma è anche in grado di percepire la sua vocazione da credente (ossia è in grado di vedere Gesù e credere in Lui) e gode psicologicamente della sua reintegrazione sia religiosa che sociale, ma non dispera se la sua fede lo porta a essere, anche solo momentaneamente, emarginato dalle dinamiche sociali di coloro che – per comodità – non vogliono scegliere di stare a fianco a Gesù.

Per approfondire: Vita consacrata e psicologia di Santiago Gonzàlez Silva, 2013

Una risposta a "Il cammino del discepolo: psicologia della sequela | #psyclub"

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  1. L’ha ripubblicato su chiamatelaneuroe ha commentato:
    Inizia la seconda stagione della mia collaborazione con il Club Theologicum, luogo di predicazione digitale pensato e creato dal frate domenicano Fra Gabriele Giordano Scardocci O.P.

    Anche quest’anno mi occuperò di psicologia, neuroscienze e spiritualità.

    "Mi piace"

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