La storia di John Gibson. #clubvideogames #clubcultura

Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Salmo 23,4

C’era una volta uno sviluppatore di videogiochi che si chiamava John Gibson ed era il presidente, amministratore e fondatore della Tripwire Interactive, azienda che produceva, per l’appunto, videogiochi.

La Tripwire pubblicò giochi che ebbero un discreto successo, principalmente Red Orchestra (sparatutto in prima persona ambientato nei combattimenti bellici tra Russia Sovietica e Germania nazista), Killing Floor (sparatutto cooperativo in cui squadre di giocatori uccidono orde di zombie mostruosi), Maneater (il giocatore impersona uno squalo mangiauomini e scopo del gioco è, pensa un po’, mangiare gli uomini).

Possiamo notare una certa costante in questi giochi, diciamo pure che si tratta di giochi un pò violenti, di quelli che possono far storcere il naso a qualche educatore preoccupato che gli educandi non sappiano ben distinguere la finzione dalla realtà. È una preoccupazione infondata? È una preoccupazione fondata? Un argomento interessante su cui discutere, ma non oggi, la storia non parla di questo.

Gli è però che John Gibson, nonostante gli piacesse fare questo genere di giochi, non sembrava nel privato una persona particolarmente violenta o cattiva. Non risulta avesse mai mitragliato, squartato o mangiato qualcuno. Forse la violenza gli piaceva solo giocarla, o forse no, ma questo probabilmente non lo sapremo mai.

Però John Gibson aveva davvero un segreto. Un terribile, vergognoso, mostruoso segreto.

John Gibson era un pro life.

Ovvero, sebbene gli piacessero i videogiochi violenti e sanguinolenti, nella vita reale era contrario a quello che probabilmente è l’atto più violento e sanguinolento in assoluto, cioè l’aborto.

Per molto tempo John Gibson aveva mantenuto questo dettaglio di sé nel cassetto delle informazioni confidenziali, di quelle che si rivelano solo agli amici più stretti. Se il mondo avesse saputo, il mondo lo avrebbe biasimato, con la stessa intensità con cui nei secoli passati lo avrebbe biasimato se fosse stato un eretico o un pervertito. In effetti, agli occhi del mondo, nel periodo storico in cui accadde questa storia, essere pro life era essere eretici e pervertiti.

E fu così che un giorno il segreto di John Gibson venne alla luce.

Fu colpa sua. Fu lui che non si contenne più e gettò la maschera.

Accade infatti che nel 2021 il Texas fu il primo Stato americano ad emanare il cosiddetto Heartbeat Act, una legge che rendeva l’aborto illegale dal momento in cui era percepibile il battito del cuore del bambino. Questo non era ancora il divieto totale di aborto, ma ci si avvicinava abbastanza, troppo secondo molta gente. Gente arrabbiata, gente che si era rivolta ai giudici della Corte Suprema  nella speranza di bloccare la legge. Ma questa gente fu delusa, perché la Corte Suprema respinse i ricorsi e salvò la legge (assieme a probabilmente molte migliaia di vite umane).

John Gibson non era arrabbiato. John Gibson era contento. Talmente contento che il 4 settembre 2021 scrisse sul suo profilo twitter:

Proud of #USSupremeCourt affirming the Texas law banning abortion for babies with a heartbeat. As an entertainer I don’t get political often. Yet with so many vocal peers on the other side of this issue, I felt it was important to go on the record as a pro-life game developer.

Pressappoco traducibile così:

Sono fiero che la Corte Suprema abbia salvato la legge del Texas che vieta l’aborto per i bambini che hanno un battito del cuore percepibile. Come artista, io non parlo spesso di cose politiche. Eppure, con così tanti miei colleghi che su questo argomento stanno dall’altra parte della barricata e ne stanno parlando apertamente, ho capito che è importante dichiararmi ufficialmente un pro life che fa videogiochi.

BOOM.

Telefoni cominciarono a squillare. E-mail cominciarono a pervenire. Decine, centinaia, migliaia di tweet di risposta apparvero sotto quella dichiarazione (attualmente, 14.164). I suoi “vocal peers”, i colleghi rumorosi dall’altro lato della barricata, rumoreggiarono ancora di più. Contratti furono rescissi, come quello con la Torn Banner Studios, che aveva affidato alla Tripwire la pubblicazione di Chivalry 2 (gioco d’azione di battaglie medievali), e che con un atto forse non così cavalleresco dichiarò immediatamente di voler chiudere ogni rapporto. Ondate di recensioni negative (“blacklisting”) comparvero sui siti di settore per denigrare i prodotti dell’azienda.

Dopo due giorni molto movimentati, la Tripware emise questo comunicato:

I commenti di John Gibson rappresentano solo le sue opinioni e non rappresentano quelle della società Tripwire Interactive. I suoi commenti disprezzano i valori del nostro team, dei nostri clienti e di tutta la nostra comunità. I nostri manager sono profondamente dispiaciuti e si impegnano ad agire immediatamente per incoraggiare un ambiente di lavoro più positivo.

Con effetto immediato, John Gibson si è dimesso da amministratore della Tripwire Interactive. Il co-fondatore ed attuale vice presidente, Alan Wilson, prenderà il suo posto ad interim e lavorerà con gli altri manager per prendere provvedimenti che rassicurino i nostri dipendenti e clienti, inclusa la convocazione immediata di una riunione e la promozione di un dialogo aperto tra management e dipendenti.

Che in effetti, se uno putacaso fosse un dipendente pro-life, adesso sì che si sentirebbe confortato e sicuro di stare in un ambiente positivo e aperto al dialogo.

Come andò a finire la storia?

Sorprendentemente, la storia andò a finire nel migliore dei modi.

Alan Wilson, che aveva fondato l’azienda assieme a Gibson tanti anni prima, provò vergogna per essere succeduto al suo capo in questa maniera. L’azienda promosse davvero quel famoso “dialogo aperto” e molti dipendenti si lamentarono. Il caso di John Gibson diede il via ad un ampio dibattito sulla censura e sull’autocensura e molti amministratori presero le sue difese. Molti dei suoi “vocal peers”, passata l’arrabbiatura iniziale, si vergognarono di aver negato ad un loro collega quella medesima libertà di parola che invece rivendicavano per sé. Anche i giocatori si vergognarono di non aver avuto l’intelligenza di separare il giudizio sulla dichiarazione dal giudizio sulla persona, e il giudizio sulla persona dal giudizio sull’azienda, e il giudizio sull’azienda dal giudizio sui prodotti dell’azienda… Così, alla fine, Gibson fu riammesso nel suo ruolo con tante scuse e la promessa che d’ora in poi avrebbe potuto dire quello che voleva, e che il mondo dei videogiochi non era un mondo in cui i pro-life erano automaticamente reietti.

Scherzavo.

Non successe nulla di tutto ciò. Qualche giorno dopo le sue dimissioni “spontanee”, John Gibson rilasciò il suo ultimo comunicato in cui ringraziava l’azienda per gli anni bellissimi passati assieme, tanti auguri per il futuro, ragazzi continuate a comprare i loro prodotti, mi hanno trattato benissimo (sic). I suoi colleghi, e praticamente tutte le riviste del settore, cantarono vittoria perché il pro life era stato punito come meritava. La Tripware fu riabilitata e i suoi contratti furono confermati. Qualche giocatore da qualche parte si lamentò flebilmente, o perché era d’accordo con Gibson oppure perché non era d’accordo ma non gradiva la censura asimmetrica, ma queste lagne rimasero confinate in pochi angolini della rete e non disturbarono granché le magnifiche sorti e progressive. Non ci fu alcun ampio dibattito, né sulla libertà di parola, né sull’asimmetria e sui double standards. E l’ambiente dei videogiochi continuò ad essere percepito come un ambiente dove o sei woke o sei out.

La situazione personale di John Gibson, dove si trovi e cosa faccia, non è conosciuta. Per così dire, adesso è nella valle oscura di cui parla il Salmo 23. Possiamo solo augurargli di aver trovato il bastone e il vincastro. La sua descrizione su twitter dice così:

Currently full time philanthropist continuing helping the poor and underprivileged of the world including orphans and widows.

https://twitter.com/RammJaeger/header_photo

Grazie, John Gibson!

Claudio Sir Cliges Menghin

5 risposte a "La storia di John Gibson. #clubvideogames #clubcultura"

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  1. John Gibson una persona coraggiosa.
    Questo interessante articolo inizia con una citazione biblica.
    A commento cito anche io l’ultimo libro della Bibbia:

    “Chi ha orecchi, ascolti:
    Colui che deve andare in prigionia,
    andrà in prigionia;
    colui che deve essere ucciso di spada
    di spada sia ucciso.

    In questo sta la costanza e la fede dei santi.”

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