José Tolentino de Mendonça: Devi Divenire Amore. In Dio con l’aiuto di Santa Caterina #santacaterinadasiena2022

«Devi divenire amore, guardando l’amore di Dio, che ti ha così tanto amata, non per qualche obbligo che avesse con te, ma per puro dono, spinto soltanto dal suo ineffabile amore».


Questo consiglio che appare in una delle lettere di santa Caterina da Siena (Lettera 165) mi è venuto alla mente nell’ascoltare la Parola di Dio che è stata proclamata.

«Guardare l’amore di Dio», guardare questo Dio «spinto dal suo ineffabile amore» è esattamente quello che Gesù ci permette di fare, come troviamo raccontato in questa pagina del Vangelo di Giovanni. «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Santa Caterina aveva ragione: al centro dell’esperienza cristiana sta l’amore.

Non un amore qualsiasi, ma l’amore trinitario: l’amore che ci è trasmesso da Gesù con le sue parole; parole che non sono soltanto sue, ma del Padre che l’ha inviato; parole il cui senso verrà protetto nel nostro cuore dallo Spirito Santo e chiarito lungo la storia. Non un amore qualsiasi, ma l’amore di Colui che per noi è «la vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 2,2). Di nuovo: non un amore qualsiasi, ma l’amore di «Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue», come si afferma nel Libro dell’Apocalisse (Ap 1,5).Come rispondere a un simile amore? – ci domandiamo. Spiega santa Caterina: «Devi divenire amore». È vero, la risposta all’amore non può essere altra se non rimanere in questo amore, facendo di esso la nostra obbedienza, il punto di convergenza della nostra intera vita.

Vorrei soffermarmi brevemente su ciascuna di queste tre parole della Dottoressa della Chiesa. La prima è questa forma dell’imperativo presente: «Devi». E viene qui impiegata la seconda persona singolare: «Tu devi». Quello che è specifico dell’esperienza autentica dell’amore è, in effetti, il suo costituirsi come imperativo, poiché avvertiamo che la sua forza ci sorprende, ci rapisce, ci estasia, vince le nostre resistenze. E ognuno è chiamato a contemplare. A contemplare la profondità di tale oceano d’amore.

Una delle più belle definizioni del carisma dei frati Predicatori è quella offerta da san Tommaso d’Aquino: «Trasmettere agli altri le cose che si sono contemplate». Il primo compito è la contemplazione.

I vari contesti, sia quelli dell’Ordine, quelli della Chiesa contemporanea e quelli del mondo alle prese con la crisi scatenata dalla pandemia, ci obbligano in questo momento a farci delle domande. L’Ordine dei Predicatori vive il suo anno giubilare commemorando l’VIII centenario della morte del nostro Padre san Domenico. Si tratta di un’opportunità non solo di commemorare l’eredità del passato, ma anche di interrogarci su cosa fare nel presente e nel futuro. Anche la Chiesa chiamata da papa Francesco a essere «una Chiesa in uscita», capace di abbracciare «il sogno missionario di arrivare a tutti», si interroga sulle modalità di riforma che la fedeltà al Vangelo le richiede incessantemente. Anche l’Italia e il mondo, investiti dalla crisi poliedrica aperta dalla devastante esperienza della pandemia, si interrogano sui cammini della ricostruzione. In questa stagione storica, sembrano tutti domandarsi all’unisono: da dove partire? Partiamo, come insegna santa Caterina, dalla contemplazione dell’amore ricevuto nell’opera della creazione e della redenzione. Contempliamo prima di tutto questo amore che è misura e modello di ogni vero amore. Se ogni persona umana, se ognuno di noi, scoprirà qual è la dimensione dell’amore incondizionato di Dio e rimarrà legato a tale amore, scoprirà anche dentro di sé, come un irrinunciabile dovere, la missione di amare.

Il mondo post-pandemia necessita di una nuova civiltà dell’amore.

Ma per questo esso deve recuperare per il suo governo la lezione dei mistici, di questi grandi assetati della verità di Dio e dell’uomo, di questi ardenti innamorati dell’amore. Dobbiamo in effetti cessare di trattare la mistica con parsimonia, tenendola ingabbiata in un carattere di eccezionalità, quando essa invece descrive una condizione comune. La mistica non è una realtà del passato, distante e inattuale. Né si esaurisce nella singolarizzazione dei casi individuali. I casi individuali servono perché la comunità nel suo insieme si scopra protagonista e custode di un’esperienza mistica. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23) – promette Gesù nel Vangelo che abbiamo proclamato.

Ed è questo che davvero accade.Sotto questa luce prendiamo la seconda parola della frase di santa Caterina, «devi divenire amore». La parola “divenire” ha un ruolo fondamentale. Nella sua omelia pronunciata per la proclamazione di santa Caterina da Siena Dottoressa della Chiesa, Paolo VI sottolineava la vicinanza della nostra mistica a san Paolo. Ora, nella teologia paolina il verbo “divenire” è di primaria rilevanza.

Per l’Apostolo, il cristianesimo non è un dato acquisito, che semplicemente si dà per scontato, come se essere cristiani fosse la cosa più ovvia di questo mondo. Al contrario: con Paolo, il credere è retto e modellizzato da un’esperienza di trasformazione. È un “divenire” permanente, quello che si dà in un processo di radicale assimilazione “in Cristo” e in un’etica della trasformazione che ci porta a vivere secondo il Suo Vangelo. L’esistenza cristiana è, secondo Paolo, un’esistenza metamorfica, che abita creativamente la trasformazione portata da Cristo. Di quale trasformazione si tratta? L’epistolario paolino non lascia margini di dubbio: questa trasformazione è mistica. Paolo utilizza formule del campo della mistica per descrivere non una performance di pietà individuale ma l’itinerario basilare di ogni credente.

Accogliere continuamente lo Spirito e farsi portatore di Cristo è la condizione normale, ordinaria, di ogni cristiano. In questo senso, possiamo dire che l’esperienza cristiana in certo qual modo democratizza la mistica, cioè opera la sua estensione a ogni credente. In una delle sue lettere, scriveva Caterina: «O Dio eterno, ricevi il sacrificio della vita mia in (vantaggio di) questo corpo mistico della santa Chiesa» (Lettera 371). È la Chiesa il corpo mistico. Da qui, il “divenire”! Cristiano, diventa ciò che sei! Non si capisce un cristiano senza questa esistenza mistica che gli fa guardare alla vita come a un continuo processo di radicamento in Cristo, Alfa e Omega, principio e fine della storia. Senza una attivazione mistica, il cristianesimo diventa un pezzo da museo, una credenza folcloristica da anatomizzare con l’antropologia culturale. La sfida lasciata da Karl Rahner quando diceva «bisognerà dire che il cristiano del futuro o sarà un mistico, cioè una persona che ha sperimentato qualcosa, o non sarà cristiano», mostra l’attualità della testimonianza di santa Caterina. «Devi divenire amore». Il problema di tante resistenze alla mistica sta esattamente nell’evidenza che, in suo nome, è stato promosso ogni genere di evanescenza ed escapismo. Il contrario di quanto è detto nella Lettera agli Ebrei: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato» (Eb 10,5). La mistica possiede corpo, esperienza, impegno nella vita. La maggior parte delle volte, ciò che manca all’itinerario del credente non sono, in realtà, idee ed emozioni, ma l’espressione di un amore che si fa dono concreto. Quando Caterina scrive che «l’affetto di carità è continua orazione» (Dial. 66), insiste precisamente sulla necessità del dono di sé come espressione della vita spirituale.

Per santa Caterina era ben chiaro che soccorrere i fratelli è una forma di unione a Dio. E ne dà un profetico esempio: dalla dedizione per gli ammalati all’assistenza ai poveri, e poi la denuncia delle ingiustizie, la lotta per una politica migliore, la riflessione sulla salvaguardia della dimensione etica nell’esercizio dell’autorità, il monito sul terribile danno morale e materiale delle guerre, l’impegno nel bene comune e in un’instancabile costruzione della pace. Il mistico non vive nella capsula della neutralità e indifferenza davanti al mondo. Il mistico vive aperto alla banda larga della realtà, attento al dolore del mondo e coinvolto in esso. Nel suo cuore non possono cessare di avere posto la fame e sete di giustizia. Per questo il mistico prende su di sé il dovere di trasformare sé stesso in amore.l’impegno nel bene comune e in un’instancabile costruzione della pace. Il mistico non vive nella capsula della neutralità e indifferenza davanti al mondo. Il mistico vive aperto alla banda larga della realtà, attento al dolore del mondo e coinvolto in esso. Nel suo cuore non possono cessare di avere posto la fame e sete di giustizia. Per questo il mistico prende su di sé il dovere di trasformare sé stesso in amore.

Che santa Caterina ci ispiri e interceda per noi.

Card. José Tolentino de Mendonça


Ripubblichiamo la splendida omelia tenuta dal cardinale José Tolentino de Mendonça in occasione della festa di Santa Caterina lo scorso 29 aprile 2021. Ringraziamo la Provincia Romana di Santa Caterina (qui in originale) da Siena che ci ha autorizzato a ripubblicarlo oggi.

Foto di silviarita da Pixabay

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